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il vuoto è forma

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I nostri corpi ricevono la vita dal profondo del nulla. Esistere là dove non vi è nulla, è il significato della frase " La forma è vuoto ". E il fatto che ogni cosa trae sostentamento dal nulla è il significato della frase " Il vuoto è forma " Sarebbe errato pensare che si tratti di due concetti distinti

leggo, guardo, ascolto ...

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lunedì, 02 maggio 2005
non tutte le farfalle che escono dal bruco...

Mi chiamo B.

E stamattina è successo.

Me lo dicevano da quando sono nato. “Un giorno crescerai”, dicevano “ e finalmente diventerai quello per cui sei nata”.

Il solo fatto di dover parlare di me al femminile non mi convinceva per niente…

E stamattina è successo.

Io stavo bene, non avevo intenzione di cambiare. Non volevo. Avevo il mio giro di amici, si andava a mangiare assieme, si passava la notte fuori. Si parlava del futuro, certo. Le aspettative che ci creiamo ogni tanto sono davvero esagerate. Basta guardarmi adesso.

Tutti questi colori, da dove cazzo saltano fuori? Ma chi li ha mai voluti tutti questi colori? Io mi piacevo marrone. Nessuno mi vedeva quando ero marrone. Nessuno si accorgeva di me quando ero Bruco.

L’unica consolazione in cui mi rifugio adesso è la certezza che questa vita non durerà molto. Per fortuna. Ne ho già le palle piene. Ma quali palle?

Ho letto da qualche parte che entro domani potrei essere già morta, se qualcuno mi tocca. Se qualcuno mi tocca qui dietro, su questi due affari gialli qui dietro. E come cazzo si usano questi affari?

Sono tutto colorato, sono rinato oggi, posso morire tra un’ora e non ho neanche il tempo di informarmi a cosa servono queste enormi ali gialle. Ali, ecco come si chiamano…

Devo fumarmi una sigaretta, sono nervoso. E poi dovrei già abituarmi al femminile. Sono nervosa. Che schifo!

Non ho mai riflettuto a fondo su come mi sarei comportata adesso che si parla di me al femminile. Potrei fare quella un po’ troia. O magari quella che se la tira. Quella amica di tutti, o quella intoroversa e misteriosa.

Porca puttana, sta cosa di fare tutto di corsa mi fa proprio incazzare!

Sigarette. Forse ne riesco a scroccare una. Magari mi faccio un amico…

Ma…ecco…forse si usano così questi affari…

Cazzo, ho fatto un gran bel salto!

No, non è un salto. Do un colpo e vado su. Poi torno verso giù. E allora gli do un altro colpo. Niente male. E’ così che funziona sta cosa delle ali, allora…

 

(continua…)

(ho molta fame)

Postato da: ghostblog a 11:34 | link | commenti (1) |

mercoledì, 27 aprile 2005
dai creatori dei griffin

...non vedo l'ora che arrivi anche in italia...

(sempre che ci arrivi !)

Postato da: ghostblog a 13:21 | link | commenti (2) |

mercoledì, 20 aprile 2005
questione di gusti

di ratzinger mi piace che vieti libri inutili...

http://www.ratzinger.it/documenti/demellonotificazio.htm

di ratzinger non mi piace che possa vietare qualcosa.

Postato da: ghostblog a 10:13 | link | commenti (1) |

martedì, 19 aprile 2005
FRANKENSTEIN (ingredienti)


stinco di santo
piede di porco
orecchie da mercante
gomito del tennista
ginocchio della lavandaia
un occhio del ciclone e un occhio di falco
collo di pelliccia
mani bucate
gambadilegno
cuore di tenebra
petto di pollo
naso aquilino
fronte del porto
 

l'ho letta prima e la copioincollo

Postato da: ghostblog a 13:06 | link | commenti |

giovedì, 14 aprile 2005
ragazze fasciste

Monto su questo autobus. Un diciassette che mi porta all’università.
Ho solo un biglietto e ho già speso un sacco di soldi. E’ mezzogiorno, sono a trieste, ho fame, piove e non ho l’ombrello. E’ tutto grigio e io sono vestito di marrone, verde scuro e naturalmente grigio. Ho la barba di qualche settimana, i capelli spettinati e mosci, puzzo un po’ perché è umido, e ho dovuto camminare veloce per schivare le gocce di pioggia.
Penso che odio la gente.
Poco ticket? Nessun problema. Mi piazzo vicino all’obliteratrice col biglietto in tasca, che se sale l’infame controllore lo scherzo con abilità e maestria.
Ma quando la tristezza ti attanaglia, il pericolo è sempre dietro l’angolo. Anzi dietro le spalle.
Tre ragazze, una seduta e due in piedi. Matricole e compagne d’appartamento al cento per cento. Che non hanno capito ancora un cazzo. Che sono felici. Felici! In un giorno così, a trieste, andando all’università. Non si può essere felici. Non si deve.
Una delle tre è molto bassa, con accento del sud. Vestita anonima e con una faccia ovale recintata da capelli corti. Accanto a lei, arrampicata sullo stesso palo lercio, c’è la compagna. Alta, mora e riccia. Ha la faccia grande e gli occhiali da sole Gucci.
Penso che sta piovendo e mi ricordo che odio la gente.
Le due proteggono la principessa. Con aria impettita, racchiusa da un giacchino Belstaff corto di color Bronzo, l’ape regina è seduta sul posto più alto di tutto il veicolo. E’ lei il leader, quella che decide che marca di yogurt comprare e di chi è la prima mensola nel mobiletto del bagno.
E’ per forza di cose avvenente, la stronza. Capelli castani, ma con delle mesches da manuale. Un po’ rosse un po’ bionde, ma mai scontate e casuali. Danno uniformità e continuità alla chioma fluente, profumata di shampoo Fructis.
Penso che io mi lavo i capelli con lo shampoo che trovo in offerta, e che stamattina era pure finito e ho usato la saponetta, cazzo. Penso che sto perdendo i capelli, e che mio padre è calvo e mio fratello è calvo e mi incazzo.
Devo calmarmi, e intanto che parte il bus malefico, mi intrattengo con una lettura omaggio reperita su un sedile. Perfetto. Le porte si chiudono, il motore romba e io mi immergo nella lettura, mi inabisso. Decido di nutrirmi di notizie, di gonfiarmi di sapere, per poi spiccare il volo e dimenticare per sempre quel molesto profumo di shampoo esotico.
Ahahhahhah! Vi ho annientato, puttane!
Ma, cosa sta succedendo? Aiuto! Cosa volete fare? Nooooo!
Accade l’irreparabile.
Le due damigelle, per allietare il viaggio alla principessa, decidono di cantare.
Porcaputtana, no! Non si può! Non si deveee!
Gianna Gianna, che il povero Rino nella tomba è travolto da crisi epilettiche. Con quelle voci poi. Malefiche e melodiche. Acute e perfide. Cantano sottovoce, ma io sento benissimo. Come al cinema, quando la coppietta di turno al tuo fianco parla sottovoce, e quel sibilo penetrante ti mitraglia i timpani, ti perfora il cervello e ti dilania i testicoli.
“Cantiamo quella di City of Angel!” fa la stronza nanerottola. E avanti. “E moonlight shadow la sapete?” replica la valchiria, sguainando un mefistofelico sorriso luccicante, che mi abbaglia e mi causa un forte mal di denti.
Conoscono pure il testo in inglese, ste troie. Lo fanno di professione! Queste vanno in giro per l’Italia a cantare sugli autobus e ad inibire la naturale tristezza giovanile.
Le loro voci mi spaventano. Acute, e già vecchie. Come la nonnetta malvagia di Rosemary’s baby. Ho paura. Voglio scendere.
Disgraziatamente fuori diluvia, e mi sento prigioniero.
Ah, caro Patrick Bateman, quanto vorrei che tu fossi qui. Morirei dalle risate a vederti chiacchierare amabilmente con queste tre giovani donne. Mai quanto oggi, caro Patrick, ti ho capito e compreso profondamente. Mai quanto oggi ho condiviso il tuo pensiero.
Il volume delle loro stridule voci sale, e io vengo annientato dalla loro violenza. “Come era quella dei Neri Per Caso?” dice la stangona, tradendo un’accentuata inflessione veneta.
A questo punto interviene la principessa, che fino ad ora si era ritagliata un posto sullo sfondo. Sempre presente, e attivamente coinvolta nell’azione canora, ma distante e distaccata come le si confà.
“Le ragazze”, esclama tronfia.
La nana è tutta contenta, ride e già inizia a schioccare le dita e a battersi il petto, come un religioso alla santa messa domenicale.
La stangona, invece, tenta di comunicare alla collega bassa che intendeva dire un’altra canzone. Una del secondo periodo. Quello della svolta sonora. Ma poco importa. Si sa che nel gruppo bisogna mettere da parte i propri bisogni e le proprie ambizioni per il bene della comunità.
E poi il testo di “le ragazze” sembra proprio calzar loro a pennello. Si convince, annuisce alla capogruppo e intona un sol.
Non posso fare a meno di pensare ai neri per caso. Al male che mi stanno provocando.
Devo vomitare. Per fortuna via Fabio Severo sta per finire, e tra poco le porte rumorose sbufferanno, facendomi evadere da questa prigione con le ruote.
L’asfalto è rigato dall’acqua che scende diligente verso il mare. La pioggia che mi accoglie è quanto di più liberatorio mi possa capitare.
Mi sono sentito oppresso, incapace di agire. Ed ora finalmente la libertà torna ad avere il profumo della pioggia. Non più canzoni allegre e spensierate. Ho bisogno di tristezza. Penso ed esulto. Mi siedo sotto la pensilina del bus, su una panchina di ferro fredda e umida. Mi connetto con gli auricolari al mio fedele cd player e premo play. Gli Interpol sguainano le chitarre e cominciano a rincorrere i Neri per caso. Non se l’aspettavano proprio, poveri piccoli brutti e neri. In pochi secondi è strage. La testa del biondino è ridotta a una maschera di sangue, e ha tutte le dita rotte. Non potrà più schioccarle.
“E’ quello che ti meriti”, dico “e la prossima volta toccherà a te, principessa!”

ps. Domani interpol ! Evvai…

Postato da: ghostblog a 09:42 | link | commenti (3) |

martedì, 12 aprile 2005
no comment

Aprile, sera di giovedì 7, in piazza.

“Sono appena tornato da Roma”, dice soddisfatto questo tizio appena arrivato.

“Eri a vedere il Papa…”,  sottolinea qualcuno, non ricordo.

“E certamente, sono partito ieri in treno. Toccata e fuga”.

“Ma veramente? Ma alla tv hanno parlato di file chilometriche, che neanche sulla Salerno-Reggio Calabria con la neve…”

Il tizio si apre il k-way e fa scorrere la zip del suo capiente marsupio nero. “Ti mostro i biglietti, guadra qua”, esclama sventolando una risma di cartoncini originali delle Ferrovie dello Stato.

Inizio a sospettare che le immagini viste alla tv non corrispondano alla realtà. “Ma allora non c’era tutta quella gente.”

“Ah, guarda, un fiume di persone”, mi conferma. “i polacchi avevano il pannolone, pur di non abbandonare la fila”, continua.

Diversi pensieri mi si annebbiano nella mente. Innanzitutto come può un essere umano adulto riuscire a fare uso deliberato del pannolone e a umiliarsi intimamente con i propri residui corporei. E poi, come è riuscito lui, Federico, a partire, arrivare, vedere e tornare?

“Ma mica ho fatto tutta la fila”, si vanta. “Mi sono intrufolato in un punto dove non era controllato”.

Lo guardo perplesso.

“Sì, mica avevo tanto tempo da perdere, io…”, dice.

Lo guardo stranito.

“Che lì dove mi sono intrufolato mica c’erano poliziotti, anche se un sacco di romani mi dicevano che la fila cominciava molto più indietro…”, mi confida.

Lo guardo impaurito.

“Ma io scuotevo la testa e dicevo: no italiano, no italiano, non capire”, esulta.

Lo guardo indignato e me ne vado.

Postato da: ghostblog a 09:56 | link | commenti |

lunedì, 11 aprile 2005
delirio in 011.010.101.101

Il mio amico Mario, che poi non si chiama Mario, crede che il file-sharing andrebbe limitato. Regolamentato. Controllato. Bisognerebbe di fatto far pagare un po’ di soldi alla gente per poter scaricare una canzone, un film o la discografia completa dei Led Zeppelin.

Io invece ho appena attivato la tariffa flat con Alice, e non mi sono mai sentito così felice di usufruire di un contributo governativo di un governo che non ho votato. 

Mi pare di essere sprofondato in un mondo senza regole. Posso guardare tutti i film che voglio, sto diventando oltremodo ingordo di musica, e credo che potrei cedere. Potrei stare male. 

E’ come se stessi vivendo un’indigestione di libertà, e il prezzo che pago è quello di non poter usufruire pienamente delle risorse da me acquisite dalla grande rete. 

Sono come in uno stato di torpore, stonato, tristemente ubriaco.

Ritengo comunque che questa droga non debba essere regolamentata (né tanto meno proibita)!

No, caro Mario, che poi non sei Mario, non è necessario porre dei limiti.

 

Postato da: ghostblog a 14:26 | link | commenti |

sabato, 09 aprile 2005
miglior amico

Dialogo tra Pearline e Ghost Dog

" Ma in che lingua parla? E' straniero? "

" Francese, parla francese "

" E tu riesci a capirlo il francese? "

" No, non conosco le lingue, non ci capisco niente di quello che dice "

" Ed è il tuo migliore amico? "

" Si... "

da: Ghost Dog ( Jim Jarmusch, 1999 )

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venerdì, 08 aprile 2005
Funerale

Sono in aula computer all’università.
Ho già controllato la posta, letto le mie news-letter di fiducia e cestinato lo spam.
Devo cercare qualcosa per riempire la tesi, e devo scrivere, ma sono distratto.
Perché passano un sacco di ragazze davanti ai miei occhi. Ragazze vittime della primavera galoppante, costrette a mettersi magliette attillate, pantaloni a vita bassissima, possibilmente senza mutande.
La distrazione aumenta a livello vertiginoso. Il computer vicino al mio comincia a parlare.
C’è questo tizio seduto accanto a me, camicia azzurra e maglione bianco e nero a disegni geometrici che ha attaccato il funerale del Papa in diretta su repubblica.it.
Non si può, penso. E’ vietato. Se io mi voglio ascoltare l’intervista ad Ancelotti, se voglio guardare l’ultimo video di Beck o se voglio assistere virtualmente al funerale del Papa devo fare uso di cuffiette.
Insomma, i cartelli parlano chiaro. Oltre a vietare l’uso di chat, di fare visita a siti porno eccetera, c’è scritto che non si può tenere attivo l’audio del pc. Perché “l’aula computer è un aula-studio”. Chiarissimo.
Questo invece forse non ha letto i cartelli, o forse se ne frega.
Mi viene in mente Walter Sobchak, l’amico di Drugo nel Grande Lebowski, e penso che se ci fosse lui al posto mio, in questo momento, tirerebbe fuori la sua pistola, la punterebbe alla tempia del mio vicino di computer e gli farebbe capire che in questo mondo c’è bisogno di regole. E che queste regole vanno rispettate.
Io invece non sono un reduce del Vietnam e non sono così impulsivo. Guardo verso la postazione del “sorvegliante”, che però sta sfruttando la sua pausa-sigaretta, che viene subito dopo la pausa-caffè, ma subito prima della pausa-bagno e della pausa-pranzo.
“Scusa, puoi abbassare il volume?”, chiedo cordialmente. Quasi sorrido.
“Ma è già basso” replica guardandomi attraverso delle lenti molto spesse e molto sporche.
Gira di nuovo la testa verso il monitor, appoggia un gomito alla scrivania e costruisce con pollice e indice un efficace sostegno per la faccia.
Accuso il colpo e provo a resistere.
Apro la sezione “favorites” e cerco rifugio in qualche sito amico.
Di colpo mi rendo conto che vicino a me si è trasferito un coro polifonico.
La messa è cantata, per forza. E ci dev’essere stato uno sbalzo di volume o qualcosa del genere. Mi appoggio allo schienale fingendo di rilassarmi e noto che il ragazzo chiude in fretta la finestra “volume control”.
Questo non va bene, penso.
 “Scusa, puoi abbassare il volume?” ripeto dopo aver attirato la sua attenzione toccandolo gentilmente sulla spalla.
“Ma è il funerale del Papa“, esclama seccato.
“Capisco, ma io devo scrivere la tesi”, ribatto.
Il tipo sintonizza nuovamente l’attenzione sul computer e non mi guarda più.
“Perché tu non sei credente, vero? Allora ti da fastidio che io guardi il funerale. Ma Papa Giovanni Paolo II Magno è stato un grande uomo oltre che un grande Papa”, dice.
“No, ti sbagli”, dico.
“Papa Giovanni Paolo II Magno ha detto NON ABBIATE PAURA, e io non ho paura di guardare qui e adesso il funerale di questo grande uomo, oltre che grande Papa”, esclama.
“No, ti sbagli”, ripeto “ma io devo scrivere la tesi, qui e adesso, e la voce del cardinale Ratzinger mi distrae”. “Del resto è scritto chiaro e tondo su quei cartelli…”, gli dico indicandoli.
“Allora vai a chiamare il sorvegliante, io NON HO PAURA!” dice alzando la voce.
Quelli della fila di fronte alzano la testa sincronizzati.
“Figurati se io chiamo un controllore o sorvegliante o carabiniere che sia”, replico. “Sono allergico alla categoria. Ritengo che se ci sono delle regole è giusto rispettarle. E ritengo anche che tali regole possano essere trasgredite, pur rispettando la libertà altrui”, continuo e lo guardo.
Perplesso.“Ma come? Ogni società deve garantire il controllo con delle forze imparziali”, mi confida guardandomi.
Mi accorgo che è vagamente strabico. “Vai tu a chiamare il sorvegliante, allora”, gli dico.
“Ci vado”, mi dice.
“Vacci”, gli dico.
Passano un paio di minuti e arrivano. Dopo il resoconto della situazione il sorvegliante saggio dai capelli lunghi e la barba incolta emette il verdetto.
“Tu che hai la possibilità ti metti le cuffie e così non senti la Santa Messa”, propone indicando il mio lettore mp3 appoggiato vicino al monitor.
Mi giro abilmente sulla comoda poltroncina verde in modo da avere la situazione sotto controllo.
“Certo, la soluzione è efficace”, ammetto “ma io devo scrivere una tesi, non voglio ascoltare musica. E poi il problema è un altro…”
Il riflessivo sorvegliante pensa. Il vicino è preoccupato. Si è perso buona parte dell’ omelia.
“Allora prestagli le tue cuffiette”, sentenzia il sorvegliante.
“Non so”, dico pensando, “si potrebbe fare…”
Il vicino pio si toglie il maglione pesante, esibendo le sue ascelle commosse dal caldo. Si passa una mano sulla fronte, si pettina il ciuffo con le mani e si sistema sulla sedia alzandosi sui braccioli.
“Posso usare le mie cuffie”, esclama contrariato il ragazzo strabico.
“E potevi usarle subito, no?”, esclama il sorvegliante ancora più contrariato.
“Sì, ma dove si mettono?”, chiede il ragazzo devoto.
“Guarda, lì sotto il pulsante acceso-spento”, gli faccio vedere.
Il sorvegliante se ne torna fuori con andatura composta.
“Vaffanculo”, mi dice perfido il vicino di computer mostrandomi il dito medio.
Lo guardo e non capisco.
“Vaffanculo”, ripete. E si sintonizza sulla Santa Messa.

Postato da: ghostblog a 11:26 | link | commenti (2) |

giovedì, 07 aprile 2005
2-0

come al solito. lo immaginavo. mi preoccupo per niente.

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